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Nel 1997 Arundathi Roy vinse il premio Booker con il romanzo Il Dio delle Piccole Cose Nel 2004 le fu assegnato il premio Sydney per la Pace Questo video non riguarda lei ma le sue parole La narrativa e la saggistica sono soltanto tecniche differenti per raccontare delle storie. Per ragioni che non mi sono del tutto chiare, la narrativa fluisce da me con leggerezza. La saggistica mi viene estratta a forza dalla realtà dolente, frantumata, del mondo sul quale mi sveglio ogni mattina. Il tema centrale di gran parte dei miei scritti – di narrativa come di saggistica – è la relazione tra chi ha il potere e chi non lo ha e il conflitto infinito, circolare, nel quale tutti sono coinvolti. Nessuna storia sarà mai più raccontata come se fosse l'unica. Non può esistere una sola storia. Esistono solamente diversi punti di vista. Così, quando io racconto una storia, non mi comporto come un ideologo che vuole contrapporre un'ideologia assolutistica a un'altra, ma come un narratore che desidera condividere il suo punto di vista. Anche se potrebbe sembrare diversamente, i miei scritti non trattano veramente di storia o di nazioni, ma di potere. Della follia e della crudeltà del potere. Della fisica del potere. Credo che l'accumulazione di un potere vasto e illimitato nelle mani di uno Stato o una nazione, una multinazionale o una istituzione – o anche di un individuo, un coniuge, un amico o un fratello – produca, a prescindere dall'ideologia, una serie di eccessi, come quelli che racconterò qui. Vivendo, come milioni di noi, all'ombra dell'olocausto nucleare che i governi di India e Pakistan continuano a promettere alle loro popolazioni, già sottoposte a un lavaggio del cervello, e nei paraggi globali della Guerra contro il Terrore definita alquanto biblicamente dal presidente «Il compito che non avrà mai fine», mi ritrovo a riflettere assai spesso sulle relazioni fra i cittadini e lo Stato. In India, coloro che hanno espresso delle posizioni sulle bombe nucleari, sulle grandi dighe, sulla globalizzazione delle multinazionali – posizioni in conflitto con quelle del governo indiano – vengono bollati come `anti-nazionali'. Anche se questa accusa non mi riempie di indignazione, descrive in modo non corretto ciò che faccio o penso. Un `anti-nazionale' è una persona che si pone contro la sua nazione e, per inferenza, a favore di qualche altra. Ma non è necessario essere `anti-nazionali' per diffidare profondamente di tutti i nazionalismi, per essere antinazionalisti. Il nazionalismo di questo o quel genere è stato la causa della maggior parte dei genocidi del ventesimo secolo. Le bandiere sono pezzi di stoffa colorata che i governi utilizzano prima per cellofanare la mente della gente e poi come drappi funebri per ricoprire i morti. Quando persone in grado di pensare autonomamente (e qui non includo l'industria dei media) iniziano a riunirsi sotto le bandiere, quando scrittori, pittori, musicisti, registi sospendono il giudizio e assoggettano ciecamente la propria arte al servizio della `Nazione', è il momento per tutti noi di stare attenti e preoccuparci. In India è accaduto subito dopo gli esperimenti nucleari del 1998 e durante la guerra del Kargil contro il Pakistan nel 1999. Negli Stati Uniti lo abbiamo visto nel corso della guerra del Golfo e lo vediamo adesso, durante la `Guerra contro il Terrore'. Un delirio di bandiere americane made in China. Ultimamente, coloro che hanno criticato l'operato del governo americano (compresa la sottoscritta) sono stati chiamati `anti-americani'. Si sta consacrando l'anti-americanismo come ideologia. Il termine `anti-americano' viene usato normalmente dall'establishment americano per screditare e definire – non diremo falsamente, ma in maniera imprecisa – i suoi critici. È molto probabile che, una volta etichettata come anti-americana, una persona venga giudicata prima di essere ascoltata, e che la discussione si perda nel polverone dell'orgoglio nazionale ferito. Cosa significa il termine `anti-americano'? Vuol dire essere contro il jazz? O contro la libertà di parola? Significa che non si ammirano le centinaia di migliaia di cittadini americani che hanno manifestato contro le armi nucleari, o le migliaia che si opposero alla guerra e costrinsero il proprio governo a ritirarsi dal Vietnam? Sarebbe assurdo pensare che quelli che criticano il governo indiano siano `anti-indiani', sebbene lo stesso governo abbia adottato senza esitazioni questo criterio. È pericoloso cedere al governo indiano, americano, o a chiunque altro il diritto di definire cosa siano, o dovrebbero essere, l'`India' o l'`America'. Definire qualcuno `anti-americano', anzi, essere anti-americano (o in quanto a ciò anti-indiano, o anti-timbuctuiano) non è soltanto razzista, ma tradisce una mancanza di immaginazione. Una incapacità di vedere il mondo in termini diversi da quelli che l'establishment ha stabilito per te: se non sei un bushiano, sei un talebano. Se non ci ami, ci odi. Se non sei il Bene, sei il Male. Se non stai con noi, stai con i terroristi. Ogni giorno mi stupisco di quante persone credano che opporsi alla guerra in Afghanistan equivalga a sostenere il terrorismo, e a votare per il talebani. come molti altri, anch'io ho commesso l'errore di deridere questa retorica post-11 settembre, liquidandola come stupida e arrogante. Ma mi sono resa conto che non è affatto stupida. Si tratta in realtà di una campagna di reclutamento per una guerra sbagliata e pericolosa. Adesso che lo scopo iniziale della guerra – catturare Osama bin Laden (vivo o morto) – sembra aver incontrato difficoltà, gli obiettivi sono stati spostati. Circa tremila cittadini hanno perso la vita in quel letale attacco terroristico. Il dolore è ancora profondo. La rabbia ancora intensa. Le lacrime non si sono asciugate. E una guerra strana, micidiale sta imperversando nel mondo. Ma chiunque abbia perduto una persona cara sa in cuor suo, profondamente, che nessuna guerra, nessun atto di vendetta, nessuna bomba lanciata contro persone care a qualcun altro o contro i figli di qualcun altro, ottunderà il suo dolore, o gli restituirà i suoi cari. La guerra non può vendicare coloro che sono morti. La guerra è solo una brutale profanazione della loro memoria. Alimentare un nuova guerra – questa volta contro l'Iraq – manipolando cinicamente il dolore della gente, confezionandolo per gli special televisivi sponsorizzati da aziende che vendono detersivi o scarpe da ginnastica, significa svalutare e sminuire il dolore, svuotarlo di significato. Ciò a cui assistiamo adesso è una volgare rappresentazione dell'industria del dolore, del commercio del dolore, del saccheggio anche dei sentimenti umani più privati, a scopo politico. È una cosa terribile e violenta perpetrata da uno Stato ai danni dei propri cittadini. Non è un tema molto intelligente da affrontare in una circostanza pubblica, ma ciò di cui mi piacerebbe molto parlarvi è la Perdita. La perdita e il perdere. Il dolore, il senso di fallimento, lo stordimento, l'incertezza, la paura, la morte dei sentimenti, la morte dei sogni. L'assoluta, inesorabile, infinita, ordinaria ingiustizia del mondo. Cosa significa la perdita per gli individui? Cosa vuol dire per le intere culture, gli interi popoli che hanno imparato a convivere con essa, quasi fosse un compagno fedele? È dall'11 settembre che ne stiamo parlando, forse è opportuno ricordare cosa significhi questa data, non soltanto per chi ha perso i propri cari in America lo scorso anno, ma anche per chi, in altre parti del mondo, attribuisce da molto tempo un senso a questa giornata. Questa escursione storica non vuole essere un'accusa o una provocazione, ma solo un modo per condividere il dolore della storia. Per dissipare un poco la nebbia. Per dire ai cittadini d'America, nel modo più garbato e umano: benvenuti nel mondo. In Cile, l'11 settembre del 1973, il generale Pinochet rovesciò il governo di Salvador Allende, democraticamente eletto, con un colpo di Stato appoggiato dalla Cia. Nel regime di terrore che seguì, furono uccise migliaia di persone. Molte altre semplicemente `scomparvero'. I plotoni di esecuzione eseguivano condanne a morte in pubblico. Furono aperti in tutto il paese campi di concentramento e camere di tortura. I morti venivano seppelliti nei pozzi minerari e in tombe senza lapide. Per diciassette anni, il popolo cileno ha vissuto nella paura dei che bussassero alla porta a mezzanotte, delle quotidiane `sparizioni', dell'arresto improvviso e della tortura. Nel 1999, in seguito all'arresto del generale Pinochet in Gran Bretagna, migliaia di documenti sono stati resi pubblici dagli Usa. Essi contengono la prova inequivocabile del coinvolgimento della Cia nel colpo di Stato, e del fatto che il governo Usa possedeva informazioni dettagliate sulla situazione in Cile durante il regime di Pinochet. Tuttavia Kissinger garantì al generale il suo sostegno: «Negli Usa, come lei sa, guardiamo con favore a ciò che lei sta cercando di realizzare». E aggiunse: «Auguriamo al suo governo ogni bene». Chi di noi è sempre vissuto in un regime di democrazia, sia pure imperfetto, troverebbe difficile immaginare cosa significhi vivere in una dittatura e sopportare la perdita totale di libertà. Pinochet non deve rispondere soltanto delle persone assassinate, ma della vita sottratta ai vivi. Purtroppo il Cile non è stata l'unica nazione del Sudamerica a essere oggetto di attenzioni da parte del governo Usa. Guatemala, Costarica, Ecuador, Brasile, Perù, Repubblica Dominicana, Bolivia, Nicaragua, Honduras, Panama, El Salvador, Messico e Colombia: tutti questi paesi sono stati il cortile di casa per operazioni condotte in modo occulto – o alla luce del sole – da parte della Cia. Centinaia di migliaia di latino-americani sono stati uccisi, torturati, o sono semplicemente scomparsi sotto i regimi dispotici che furono appoggiati nei loro paesi. Come se non bastassero queste umiliazioni, il popolo dell'America del Sud ha dovuto anche sopportare il marchio di essere un popolo incapace di democrazia, quasi che i colpi di Stato e le stragi fossero inscritti in qualche modo scritti nei loro geni. Questo elenco naturalmente non comprende i paesi africani e asiatici che hanno subito un intervento militare da parte degli Usa: Vietnam, Corea, Indonesia, Laos e Cambogia. Da quanti decenni il mese di settembre significa milioni di asiatici bombardati, bruciati, e massacrati? L'11 settembre ha un'eco tragica anche in Medio Oriente. L'11 settembre del 1922, non tenendo in alcun conto la reazione degli arabi, il governo britannico, con l'esercito ammassato alle porte della città di Gaza, assunse un Mandato in Palestina, come risultato della Dichiarazione Balfour del 1917 emanata dalla Gran Bretagna imperiale. La Dichiarazione Balfour promise ai sionisti europei un focolare nazionale per il popolo ebreo. (A quel tempo, l'Impero su cui non tramontava mai il sole era libero di arraffare o lasciare in eredità focolari nazionali, come uno scolaro bullo distribuisce biglie ai compagni.) Con quanta leggerezza il potere imperiale vivisezionò antiche civiltà. La Palestina e il Kashmir sono le piaghe infette dell'impero britannico, regali insanguinati per il mondo moderno. Entrambi sono linee di faglia negli odierni furiosi conflitti internazionali. Nel 1937, Winston Churchill disse dei palestinesi: «Non sono d'accordo che il cane nella mangiatoia abbia su quest'ultima diritti di proprietà assoluta, anche qualora vi risieda da lunghissimo tempo. Non riconosco tale diritto. Non ritengo, ad esempio, sia stato compiuto un grave torto nei confronti degli indiani d'America, o dei neri australiani. Non ritengo sia stato compiuto un torto a queste genti per il fatto che una razza più forte, una razza di livello superiore, una razza con una maggiore sapienza del mondo – per così dire – sia sopraggiunta a prendere il loro posto». Questo concetto definì una linea di tendenza nell'atteggiamento dello Stato di Israele verso i palestinesi.

Video Details

Duration: 1 hour, 4 minutes and 19 seconds
Country: United States
Language: English
Producer: Anonimo
Director: Anonimo
Views: 82
Posted by: phlame64 on Feb 26, 2010

Scrittrice indiana e attivista politica impegnata nei movimenti anti-globalizzazione. Il montaggio riassume i punti salienti del suo discorso "Come September". Per informazioni: http://www.weroy.org/

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